Ottavio Bottecchia va alla Grande Guerra

Lunedì 7 Aprile 2014


Quando Giovanni Bottecchia fu chiamato alle armi, Ottavio ebbe in consegna la bicicletta, che divenne il suo svago preferito. Ma, purtroppo per lui, i ladri di biciclette sono una specie che vive, vigila e prospera di generazione in generazione. Ecco come lui stesso ricordò quel tempo:

Io non vedevo in questa macchina che il piacere di poter andare ogni domenica a Pordenone a trovare qualche amico, per bere, cantare e ballare con lui. Ad una di queste riunioni domenicali, progettai con altri giovani possessori di bicicletta, di fare un grande giro del Friuli. Ahimè! Alla vigilia della partenza, la mia macchina fu rubata… (…) In quel periodo, la mia più grossa preoccupazione fu di risparmiare soldo su soldo per poter ricomprare a mio fratello una bici prima del suo ritorno…

Lavorò duro, il ragazzo, e la bicicletta rientrò in casa Bottecchia. Ma lui non ebbe il tempo di riassaporare il godimento della velocità: allo scoppio della guerra fu arruolato tra i ranghi dell’esercito. Ottavio accettò il suo destino, senza infatuazioni e senza lamenti.
In casa non rimasero che i vecchi genitori e le tre sorelle. Si può presumere come vissero quel tempo: per le popolazioni dell’attuale Triveneto, quella fu una guerra santa: Trento e Trieste dovevano essere liberate e ricongiunte alla madre patria. In ogni casolare c’erano una scintilla di italianità, tanta fiducia nell’avvenire, e coraggio per il presente.
Dopo un breve addestramento nel 6° Bersaglieri di Bologna, Ottavio fu mandato in Trentino con alpini e fanti. Fece parte di un corpo speciale, gli “esploratori d’assalto”, equipaggiato di biciclette piegabili. La sua missione era rischiosa: poiché conosceva fin dalla tenera infanzia tutti i passi, molti dei sentieri battuti dai contrabbandieri, ogni punto per il quale un uomo poteva intrufolarsi, di giorno faceva la sentinella per le vie del Carso e del Trentino e, di notte, con gruppi di tre o quattro compagni d’armi, partiva alla ricerca dei passi non occupati, o sconosciuti alle truppe austriache, attraverso i quali fosse possibile provocare un colpo di mano, o un attacco.
Fu un soldato disciplinato e arditissimo, e diede molteplici dimostrazioni di coraggio quando veniva impiegato nelle pericolose imprese notturne, scoprendo i punti vulnerabili del nemico nascosto in caverne e gole. Fu in grado di prendere iniziative che salvarono i compagni durante situazioni critiche. I due fratelli Bottecchia parecchie volte sfidarono la morte con atti patriottici. Pure Maria non si tirò indietro quando si trattava di assistere i fratelli, e gli altri soldati che ne avevano bisogno, anche facendo loro da informatore.
Ottavio alternava la bicicletta, con la quale faceva il postino-portaordini, a fucile e mitragliatrice. Aveva il grado di caporale e il suo superiore, il luogotenente Gallia, di Torino, da buon corridore dilettante, ne andava fiero e riponeva piena fiducia in lui. Come portaordini, Bottecchia fu spesso costretto a stare in prima linea e ad essere sfiorato dal fuoco nemico. Per alleggerire le lunghe ore di tensione, il tenente organizzava tra i suoi uomini delle gare a chi arrivasse primo nella consegna di un messaggio. Per Ottavio, quelle prove furono gli inizi della carriera ciclistica. Il fucile gli servì, indubbiamente, ma ciò che gli salvò la vita fu il suo “cavallo di metallo”. Possedeva la temerarietà tipica di chi aveva vissuto nella povertà estrema e, quando era in sella ad una bicicletta, diventava ancor più intrepido. Fu proprio quello lo strumento di difesa migliore, per lui. Ecco un ricordo di quell’esperienza tratto dall’autobiografia:

(…) compiuta una lunga corsa in bicicletta attraverso la montagna, portando sul dorso una mitragliatrice, arma che doveva essere destinata ad un posto di vedetta che ne era sfornito, e che era particolarmente sotto il tiro del nemico. Quel giorno, mi spinsi attraverso passaggi e mulattiere che, come ripidità, erano di grado superiore al Galibier o all’Izoard. E la mitragliatrice a bandoliera non alleggeriva certo la mia macchina. Arrivai alla postazione in tarda serata, dopo un’ascensione alpestre assai arrischiata. Il giorno dopo ebbi la gioia di apprendere dal luogotenente Gallia l’utilità del mio raid: gli austriaci avevano attaccato nel corso della notte, e il loro tentativo era fallito grazie alla mitragliatrice. Quell’episodio rappresentò il mio primo cross ciclo-pedestre…

Fatto prigioniero in Trentino, a Cima Undici, sull’Altopiano di Asiago, Bottecchia riuscì a scappare dissimulandosi in divisa da soldato austriaco. Catturato per la seconda volta durante una ricognizione notturna, di nuovo trovò il modo di liberarsi in modo spericolato, quasi romanzesco. Per non privarsi di un loro uomo, gli austriaci ordinarono a Bottecchia e agli altri prigionieri di incamminarsi da soli su un certo sentiero, senza mai voltarsi; dalla postazione dov’era, il nemico poteva seguire ogni mossa dei poveri soldati italiani e, se avessero tentato di voltarsi o, peggio, di fuggire, si sarebbero beccati una sventagliata di mitra. Circondato da altri soldati, Ottavio si avviò attraverso quei luoghi che conosceva bene. Ad un certo punto, si ricordò che c’era una deviazione lungo il sentiero che stavano percorrendo. La raggiunse, e girò a destra invece che a sinistra. Dopo una corsa di mezz’ora, riapparve tra le file dell’esercito italiano, mentre contro di lui era ancora scatenata una spietata caccia all’uomo. Era il periodo della disfatta di Caporetto, e Ottavio si trovava sul fronte dell’Isonzo.
Nel frattempo, la sua casa di famiglia, schedata tra i nidi della resistenza, era costantemente sorvegliata.
Per il soldato Bottecchia, si profilava una terza fuga avventurosa, e quasi incosciente. Avvenne dopo la sua cattura nella battaglia di Lestans, una frazione di Sequals, paese natale di Primo Carnera, altro grande friulano, che più tardi sarà campione di boxe. Quell’azione di guerra gli meritò il conferimento di una medaglia di bronzo. Dopo aver camminato per un bel pezzo, prigionieri e guardiani arrivarono nei pressi di una cima zigzagante. Bottecchia conosceva bene quegli anfratti e, ad un tratto, gli balenò l’idea di far cadere l’arma in uno strapiombo sovrastante una cava di sabbia. Fingendo poi di perdere l’equilibrio, precipitò per alcuni metri e finì sulla morbida rena, accanto al suo mitra. I guardiani lo chiamarono più volte ma, vedendolo immobile, lo credettero morto. Se ne andarono senza più pensare a lui che, dopo un po’, passando veloce in mezzo agli spari del nemico, fece ritorno tra i suoi.

Ecco dunque la motivazione della medaglia:

Con calma e ardimento sotto il violento fuoco nemico aggiustava tiri efficacissimi e falcianti con la propria mitragliatrice, arrecando gravi perdite all’avversario e fermandone l’avanzata. Costretto più volte ad arretrare, incurante del pericolo portava seco l’arma e tornava a postarla, aprendo sempre un fuoco violento sul nemico. Lestans 4 novembre 1917

Giovanni, intanto, ne aveva guadagnata una d’argento; e Maria, che non ebbe premi, ne avrebbe meritata una d’oro. Rimasta a San Martino durante l’occupazione nemica, aveva fatto della sua povera casa un nido di resistenza e d’informazione per gli italiani che si preparavano alla riscossa oltre il Piave. Ben presto, Giovanni, paracadutato più volte nei pressi di casa sua, e Maria, furono denunciati dagli informatori e internati in un campo di concentramento, in attesa del processo per spionaggio.
La grande e premiata impresa non risparmiò a Ottavio un altro anno sul fronte del Piave, dove affrontò difficili e rischiose azioni di disturbo per impedire al nemico di appostarsi saldamente nel territorio. Migliaia e migliaia di soldati veneti e friulani combatterono una guerra nella guerra poiché, per loro, si trattava di difendere i loro cari, le loro case. In quel periodo, Ottavio Bottecchia compì il suo capolavoro, e fu il coronamento di un suo sogno. Eccolo nel racconto di un testimone:

In una livida mattina, all’alba, nella nebbia, Bottecchia parte in perlustrazione con altri due. Scarponi risuolati pochi giorni prima da lui medesimo, in testa al terzetto, fra cunette e avvallamenti, con la bicicletta egli in breve semina i compagni.
Ore dopo, questi ritornano desolati: uno di loro si è perso. E’ lui, naturalmente, quella maledetta testaccia.

La rabbia del tenente Gallia fu grande. Pensò di aver perduto uno dei più valenti sottoposti e, se e quando fosse riapparso, l’azione disciplinare non gliel’avrebbe tolta nessuno. Ecco il seguito del racconto:

E’ notte fonda quando, fra un concitato scambio di parole d’ordine, ricompare il Bottecchia che spinge davanti a sé un prigioniero. Un capitano, austriaco purissimo, di Linz.

Ottavio Bottecchia, come molti altri soldati appostati sul Piave, si ammalò di malaria. Per giunta, fu nuovamente derubato della sua bicicletta, una Bianchi a perno fisso e con ruote di gomma piena. Curato alla meglio nell’ospedale da campo, recuperò una Gerbi rossa in un magazzino militare di requisizione, e tornò al suo lavoro di soldato, sempre in primissima linea. La guerra si concluse con una vittoria. Maria e Giovanni furono salvati dalla forca, e i cinque figli maschi di Francesco ed Elena tornarono a casa.

Ottavio Bottecchia fu congedato il 15 aprile 1919, dopo quasi cinque anni di duri combattimenti per la sopravvivenza. Come “premio di congedamento” ebbe la sua gavetta, la coperta, la divisa grigioverde e qualche metro di stoffa “civile”. Il compenso che lo Stato diede ai suoi soldati per anni di sacrifici, sofferenze e lacerazioni fisiche e morali non fu un gran che: 250 lire.
Ottavio soffrì ancora a lungo per i postumi della malattia che l’aveva colpito al fronte, ma presto riprese a lavorare per ricostruire la casa paterna, e riarredarla.
I soldi del governo non servirono di certo ad alleviare la grande miseria lasciata dalla guerra ma, in casa Bottecchia, la polenta con un po’ di companatico non era mai mancata.
La gioventù, con il suo entusiasmo e la sua vitalità, suppliva al resto. Se la casa era ancora sotto ipoteca, fortunatamente il lavoro per i carrai non mancava. Tutto insieme, il piccolo compenso statale percepito dai Bottecchia poteva servire per ricomprare un paio di cavalli ed un po’ di materiali. Fu a questo punto che iniziò l’attività sportiva di Ottavio. Ma l’ostilità del padre era enorme. Non voleva nemmeno sentir dire in casa che al figlio serviva una nuova bicicletta: era una spesa inutile. Cosa si guadagnava a correre?
Forse, fu quello uno dei motivi che spinse il ragazzo ad abbandonare la casa paterna per trasferirsi nella zona di Caporetto, dove la ricostruzione era in pieno fermento. Riprese dunque a fare il manovale. L’unico passatempo, per il giovane, erano le corse ciclistiche. Gli amici, giù in Veneto, gli avevano procurato una vecchia bicicletta Fiat e lui, la domenica, tornava a San Martino per partecipare a qualche corsa. Erano gare brevi, che però lo vedevano sempre primeggiare per le sue qualità fisiche.
Se le capacità di Bottecchia erano eccezionali, non lo era di meno l’abbigliamento, ed è passato nell’immaginario collettivo. Si presentava a gareggiare con la tenuta sporca e logora che usava per lavorare durante la settimana, e gli zoccoli ai piedi; si toglieva la giacca, fermava il fondo dei calzoni con due spille di sicurezza, e partiva. Un giorno, qualcuno derise il suo “perfetto costume da corsa”. Ecco quel momento ricordato da Ottavio:

… come dice il proverbio: Non è l’abito che fa il monaco. Ecco: ai tempi in cui correvo come “amatore”, un giorno mi allineai per una gara al fianco di eleganti giovani colleghi che, alla partenza, ostentavano delle esuberanti magliette e delle scarpette da corsa splendide. Io… indossavo la mia divisa di ogni giorno, quella da operaio… non era quella la mia vera professione?
Mi ero tolto la giacca, e la mia tenuta da corsa consisteva in una camicia e un paio di pantaloni usatissimi. Ma quei pantaloni, del tipo “alla zuava”, scatenarono le battute di uno dei concorrenti più leziosi, che si divertì ad umiliarmi. Avanzando verso di me, mi gridò: “E’ per appoggiare meglio i tuoi piedi sui pedali che indossi pantaloni simili?” Il suo sarcasmo continuò fino alla partenza. All’arrivo, aveva smesso, perché io vinsi con 14 minuti di vantaggio su di lui.

Non ci volle molto perché i compagni di gara più esperti, quelli che venivano da Pordenone o da Vittorio Veneto, notassero la bravura di Bottecchia, e insistessero perché partecipasse a gare ufficiali.
Ma quali corse avrebbe potuto affrontare Ottavio, anche con la più forte volontà del mondo, con quella bicicletta pesante e sgangherata che si ritrovava? Era il suo prezioso arnese di lavoro, e non si poteva permettere altro.
Luigi Ambrosini, giornalista e scrittore, oltre ottant’anni fa scrisse una pagina molto bella ispirata al nostro campione:

Prima di diventare un astro del ciclismo mondiale, Bottecchia non era nulla. Chi dice che faceva il carrettiere, chi afferma che facesse il muratore. Era – questo è certo – un uomo di campagna, un uomo di fatica, uno di quelli che hanno la vita grama, la vita dura. Era il tipo perfetto del nostro manovale o bracciante rurale. Carrettiere o muratore, il suo destino era, non diciamo di lavoro, ché tutti si lavora, ma la fatica. La fatica dall’alba alla sera, accanto alla stanga della bestia, a fianco del carro carico di breccia, da caricare sul greto del fiume, palata per palata, e da scaricare nei mucchi lungo la strada nazionale o provinciale, investita dal polverone delle automobili, o la fatica del portatore di mattoni, o del muratore per ore e ore ritto in piedi contro il riflesso cocente del muro. Non sentite mai dire da quella gente che sia stanca, che abbia un capogiro, che un giorno, per caso, si senta poco bene. Sono più duri della terra, più duri del sole, sono duri come la pietra.
A forza di vivere fra gli elementi primi della natura, sono diventati come gli elementi. Sono piccole forze della natura. La pioggia li bagna, il sole li cuoce tranquillamente, senza che accada loro nulla. Uomo ed elementi sono tutti d’accordo, se la intendono. Non c’è incompatibilità fra loro. Quando questi manovali restano in patria, lavorano tutta la vita e lasciano, morendo, una serqua di figli. Non hanno altro da lasciare. Quando emigrano all’estero, mandano a casa un gruzzolo ogni sei mesi e in capo a qualche anno riescono a fabbricarsi le quattro mura di una casetta e a comprarsi un campo. Spesso non riescono nemmeno a tanto; la febbre gialla, che è una cosa speciale, li prende senza riguardi e se li porta via (…)


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