Ottavio Bottecchia

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I primi giorni del giugno del 1927 un agricoltore, certo Lorenzo di Santolo, vede dalla finestra di casa il corpo agonizzante di un corridore. Siamo vicino a Peonis, al crocevia del Cornino. Quell'uomo è ormai morente. Perde sangue dalla testa, dal naso e da un occhio. Il contadino si carica il corpo sulle spalle e lo porta al paese. Non sa che sta trascinando il grande Botescià, Ottavio Bottecchia, da Borgo Minelle di San Martino Colle Umberto. Dopo qualche giorno Botescià muore all'Ospedale di Gemona per "frattura della volta e della base cranica". Lo avevano messo al mondo un mugnaio e una contadina, ottavo e ultimo di una bella nidiata che, nel 1894, voleva dire un paio di braccia per i lavori nei campi e nel mulino. Sua prima occupazione è il calzolaio. Ma dura poco. Scopre la bicicletta seguendo il fratello Giovanni Durante la prima guerra mondiale si distingue e si merita la medaglia di bronzo al valor militare. Motivazione: ha catturato da solo un ufficiale austriaco. Nel 1921, da isolato, vince quattro delle cinque corse disputate. Lo nota Ganna che lo ingaggia e lo iscrive al Giro del 23, per i colori della Maino. Si classificherà quinto a quasi un'ora dal vincitore, certo Girardengo Costante.

Gloria De Antoni, Bottecchia, l'ultima pedalata, La Cineteca del Friuli, 2008



Si sistema in Francia nel 23 e si allena nei pressi di Clermond Ferrand: il Puy de Dome costituisce il suo allenamento quotidiano. Nel 23 corre anche il Tour e si fa notare per le continue battaglie con un campione già affermato, Henry Pellissier. Del giovane Bottecchia di quell'anno alcuni record straordinari: primo a portare la maglia gialla dall'inizio alla fine della Grand Boucle; Vince la prima e l'ultima tappa; primo a transitare sul Col d'Aubisque che fu inserito proprio in quell'anno da Henry Desgrange fra gli arrivi in salita. Nel 25 è ancora primo e entra nella leggenda con quei tre chilometri dell'Izoard superati a piedi: per la gente di Francia non è più solo un contadino, ma ormai per tutti lui è l'eroe Botescià.

Con le vittorie arrivano anche il "lesso" e la celebrità. Va ad abitare a Pordenone e, come Creso, tutto quello che tocca diventa oro. Grandi auto, villa padronale e grande magnanimità con tutti. Ci chiediamo. La sua tragica fine fu solo un incidente in allenamento? La tipologia delle fratture subite dal campione commisurate con la geografia de luogo fanno propendere per una risposta negativa. E poi, quando avvenne il fatto Bottecchia era solo, e tutti sapevano che lui amava allenarsi in compagnia. Perché il suo amico Piccin, gregario fidato, quella mattina gli aveva detto che non poteva accompagnarlo? Allora fu un agguato? Chi avrebbe voluto una morte così "teatrale" di un campione che pareva non avere nemici? Il racconto del fatto di sangue riempì le pagine dei quotidiani e dei rotocalchi. Tutti volevano dire la loro e, come spesso succede in questi casi, le opinioni divennero mito e leggenda. Erano quelli gli anni di Lindberg e della prima trasvolata atlantica.

Gli anni in cui Guglielmo Marconi stabilì il primo collegamento radio fra Londra e l'Australia. Gli anni in cui si consumò il delitto del deputato Matteotti, inviso al regime di Mussolini per la sua continua ricerca della verità. Il caso Bottecchia si tinge ancor più di giallo se si pensa che una decina di giorni prima un'auto pirata aveva travolto e ucciso il fratello di Ottavio, quel Giovanni che aveva contribuito col suo esempio a creare il campione Bottecchia. Giuseppina, la cognata di Ottavio si ritrovò improvvisamente sola a dover crescere i tre figli, ma Botescià il generoso, le promise il suo aiuto e, si racconta, le disse che conosceva il nome di colui che aveva spezzato la vita del fratello. Il mistero si infittisce ancora di più. Le opinioni si accavallano, i pareri si sprecano, fatto sta che la fine di questo grande del ciclismo rimane un enigma.

Dopo la seconda guerra mondiale è nata una ricchissima bibliografia sulla fine di Bottecchia. Molti hanno voluto regalarci la loro interpretazione dei fatti. Giulio Crosti, Rosalina Salemi, Giorgio Garatti, Rino Negri, Duilio Chiaradia, Guido Giardini e molti altri ne hanno parlato. Fra le ipotesi più accreditate quella di Crosti parla della volontà di far arenare le indagini da parte della pubblica autorità. Sembra che un capomanipolo abbia "convinto" il Comando dei Carabinieri di Gemona, già certo di una azione chiaramente delittuosa, che si trattava invece solo di un incidente, "doveva" trattarsi solo di un incidente. Lo Spitaleri invece ipotizza che Bottecchia fosse finito come Matteotti, ucciso da emissari del regime. C'è chi parla anche di questione di corna, e di un marito che aggredisce con un bastone il malcapitato ciclista. Addirittura qualcuno azzarda un accostamento col racket delle scommesse. In questa agorà di pareri rimangono in piedi anche quelli che ribattono sui frequenti malori dei quali soffriva Bottecchia e che non poche volte lo avevano messo in ginocchio. Resta però il fatto che le fratture erano eccessivamente gravi nell'ipotesi di un incidente.

A fare forse un po' di luce su questo caso da Perry Mason ecco uscire il Bollettino Parrocchiale di Peonis del novembre del 1973. Sul periodico si riapre in un certo senso il caso in quanto si racconta che il vecchio prete del paese, morente, confida al nuovo parroco che la verità sta tutta nel convinto antifascismo di Ottavio Bottecchia, e prima di morire il religioso vuole che si sappia la verità. Ma dove sono finiti gli atti ufficiali dei Carabinieri? Quando lo trovarono il suo corpo era devastato, ma la sua bicicletta, poi scomparsa nel nulla, non aveva nemmeno un graffio. Semplice combinazione? Fatalità? Forse la verità se ne è andata con lui, in quel lontano 3 giugno del 1927, al crocevia del Cornino.

Articolo di Paolo Mannini (Firenze)

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